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L'impasse sul debito Usa pesa sul Ftse Mib, acquisti su Mps

Written By Unknown on Senin, 07 Oktober 2013 | 15.11

Di Francesca Gerosa

Le borse europee scendono stamani poiché non sono stati fatti passi avanti verso una soluzione alla disputa relativa al bilancio federale e al tetto del debito Usa. Democratici e Repubblicani restano lontani da un accordo sul bilancio federale che metterebbe fine alla chiusura delle amministrazioni federali; in un simile contesto appare ancora più difficile che i due schieramenti riescano ad accordarsi per alzare il tetto del debito entro il 17 di ottobre ed evitare il default.

"Entrambe le parti sono diventate più radicate nelle loro posizioni, il che implica che anche qualsiasi accordo sull'innalzamento del tetto del debito richiesto entro il 17 ottobre sembra fuori portata", hanno osservato gli esperti del Credit Agricole. "Di conseguenza è probabile che ci sia pressione sugli asset rischiosi a meno che non si veda un segnale di riavvicinamento".

Segnali che per ora non ci sono. Lo speaker repubblicano alla Camera, John Boehner, si è impegnato a votare contro l'innalzamento del tetto del debito Usa senza un "serio dialogo" su cosa guidi il debito. A suo dire il credito Usa è a rischio per il rifiuto dell'amministrazione di sedersi a un tavolo di confronto. Le parole di Boehner suonano molto diverse da quelle attribuite a lui stesso la settimana scorsa, quando ha dichiarato, a porte chiuse, ai repubblicani, che lavorerà per evitare un default.

Nell'agosto 2011 si arrivò a un accordo bipartisan in extremis, che prevedeva un rialzo di 2.100-2.400 miliardi di dollari del tetto del debito, tagli alle spese immediati per mille miliardi di dollari, fino ad arrivare a 2.100 miliardi in 10 anni e una commissione bipartisan per determinare altri tagli per 1.500 miliardi di dollari. Tuttavia, già nel marzo scorso, il mancato accordo tra repubblicani e democratici, sui tagli alla spesa, aveva fatto scattare gli odiati sequester, i tagli automatici alla spesa, che stanno frenando la ripresa americana.

Invece in Italia, archiviato il delicato passaggio della fiducia al governo Letta, i Btp si preparano alla tornata di aste di metà mese, al via giovedì con i Bot. I dettagli dell'emissione verranno comunicati questa sera, mentre domani saranno resi noti quantitativi e tipologie dei titoli a medio lungo che saranno proposti venerdì. Lo spread tra decennali Btp e Bund ha terminato la settimana scorsa sotto quota 250 punti base, dopo una puntata oltre i 300 punti base sui timori di un ritiro della fiducia al governo da parte del Pdl. Oggi scambia a 248 punti con un tasso del 4,3%.

Si apre una settimana decisiva anche per la messa a punto della legge di Stabilità, da presentare a Bruxelles entro il 15 ottobre. Il provvedimento dovrebbe contenere misure di stimolo per 10 miliardi, sarà al centro dell'incontro tra Letta e i sindacati previsto per il tardo pomeriggio.

A Piazza Affari il Ftse Mib cala dello 0,57% a 18.200 punti. Sotto i riflettori Mps, in rialzo del 2,39% a quota 0,2226 euro dopo aver convocato alle 14.30 il cda per approvare il piano di ristrutturazione. Al termine della riunione ci sarà alle 17.45 una conference call con la comunità finanziaria. Il tutto dopo che la scorsa settimana Roma e Bruxelles hanno chiuso le discussioni sul piano di ristrutturazione dell'istituto.

Dopo il passaggio oggi nel cda di Siena, il Tesoro italiano invierà l'ultima definitiva copia del documento per poter ottenere il via libera dalla Commissione europea in poco tempo. I principali punti su cui si fonda il piano sono il maxi aumento di capitale fino a 2,5 miliardi di euro, che sancirà la forte diluizione della Fondazione Mps (e che in caso di mancata sottoscrizione imporrà allo Stato la conversione dei Monti Bond), un'ulteriore razionalizzazione dei costi e una limitazione delle retribuzione dei manager.

Intanto dietro le quinte, nonostante le ultime smentite, nel mondo delle Fondazioni azioniste della Cá de Sass l'ipotesi di un intervento di Intesa Sanpaolo (-0,65% a 1,67 euro) su Mps continua a circolare con forza perché l'aumento di capitale  entro il 2014 incombe e sia la situazione politica sia i cambiamenti nella Fondazione Mps andrebbero nella direzione di ridurre gli ostacoli alla fusione.

Nessuno, come al solito, scrive Milano Finanza, lo confermerà ufficialmente, ma nelle consultazioni dei giorni scorsi la prospettiva Mps sarebbe stata affrontata seppur per sommi capi. E anche questa volta in una logica "di sistema" più che di reale convenienza economica. Come è noto, infatti, Intesa è già fortemente esposta sul mercato italiano, tanto che lo stesso ad, Enrico Cucchiani, solo poche settimane prima di lasciare la guida della banca, aveva indicato agli analisti la strada di un'aggregazione cross-border.

"Tenuto conto dei contatti che ci furono in passato tra Sanpaolo e Mps e dell'esigenza di trovare una soluzione per Siena, sia nel senso di banca che di fondazione, pensiamo che gli azionisti delle due banche si parleranno, anche se vediamo ancora le probabilità di un'operazione sotto il 50% perché pensiamo che sia comunque necessario lo split di Mps in una bad bank/good bank e che vi sia l'esigenza di sostituire i 4 miliardi di Monti bond con vero capitale", commentano gli analisti di Equita (hold e target price a 0,17 euro confermati sul titolo Mps) che stimano che senza i Monti bond il Core Tier 1 aggregato Basilea 3 fully loaded andrebbe al 9,3%.



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Mediobanca, Pirelli può raddoppiare l'ebit e cedere alcuni asset no core

Di Francesca Gerosa

Le vendite sono la vanità, i profitti il buon senso, la cassa di Pirelli & C. è la realtà. In attesa della presentazione del nuovo piano industriale il prossimo 6 novembre oggi Mediobanca Securities ha promosso il titolo da neutral a outperform, alzando anche il target price da 8,8 a euro a 12 euro. Un prezzo obiettivo ambizioso che implica un margine di apprezzamento del 22,7% rispetto alla quotazione attuale in borsa a quota 9,78 euro (+1,14% in controtendenza rispetto al mercato).

Gli analisti della banca d'affari ritengono che il nuovo piano industriale si concentrerà sulla generazione di cassa, sul ritorno sul capitale investito (Roce) e sulla gestione del portafoglio di asset. Più nel dettaglio, Pirelli potrebbe avere come obiettivo quello di raddoppiare nuovamente il suo ebit a circa 1,3 miliardi di euro entro il 2017. Questo significherebbe raggiungere il margine di Continental al 16/17%.

Vendere alcuni business minori contribuirebbe. Con l'obiettivo a lungo termine di massimizzare il valore di Pirelli, in vista di una potenziale uscita di Camfin, Pirelli potrebbe cedere alcune delle sue attività non-core, come i cavi di acciaio e gli pneumatici per camion. Il valore di mercato di tali attività è infatti difficilmente incorporato nella capitalizzazione di mercato e potrebbe azzerare il debito del gruppo (la posizione finanziaria netta a fine giugno era negativa per 1,733 miliardi di euro).

Tuttavia gli esperti di Mediobanca si attendono anche che Pirelli abbassi le sue indicazioni di ebit di quest'anno (l'ebit consolidato è atteso dalla società tra 810 e 850 milioni di euro), a causa dei cambi e dei prezzi e delle scorte in Europa. Si ricorda che la scorsa settimana la concorrente finlandese Nokian Tyres, a causa della debole domanda in Russia, ha lanciato un profit warning, prevedendo nel 2013 un calo dei ricavi e dei margini rispetto al 2012. In precedenza stimava un andamento allineato a quello dell'anno precedente.

In ogni caso, il taglio della guidance 2013 sull'ebit di Pirelli dovrebbe essere controbilanciato dagli ambiziosi obiettivi di lungo termine del piano industriale. "L'America latina rimane, a nostro avviso, il rischio principale", avvertono. Dal punto di vista valutativo, trattando a 10 volte il rapporto prezzo/utile 2014 e avendo performato in linea con il mercato ma sottoperformato i competitor, Pirelli è sottovalutata, a detta degli analisti di Mediobanca. "Il piano industriale e il patto di sindacato di Camfin più chiuso sono un fattore chiave per permettere al titolo di performare".



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Ansaldo Energia a Fsi per 1 miliardo

Written By Unknown on Minggu, 06 Oktober 2013 | 15.11

Di Luisa Leone

Ok di Finmeccanica all'ingresso del Fondo Strategico di Cdp in Ansaldo Energia, e strada spianata anche per cessione delle controllate nel settore ferroviario. Il board del gruppo della difesa ha sancito la vendita del 99,55% della controllata attiva nella produzione di turbine a Fsi, che metterà sul piatto 777 milioni per rilevare il 40% in mano a Finmeccanica e il 45% di First Reserve, accollandosi in più il debito di circa 300 milioni di Ansaldo Energia.

L'operazione però si articolerà in due fasi: la prima, il cui closing è previsto entro fine anno, vedrà passare al fondo di Cdp l'84,55% di Ansaldo, con Finmeccanica che manterrà il 15%, ottenendo subito 273 milioni e potendo deconsolidare circa 220 milioni di debiti, con un effetto complessivo di circa 500 milioni sui conti. Nel secondo semestre del 2017 Fsi dovrebbe poi acquistare il rimanente 15% a un prezzo di circa 117 milioni.

In più è previsto un possibile aggiustamento di prezzo, per gli anni tra il 2014 e il 2016, fino a un incasso massimo di 130 milioni per Finmeccanica. Si tratta certamente di un primo punto importante per Finmeccanica, che solo qualche settimana fa ha subito il declassamento a junk anche da Moody's, proprio per la lentezza delle cessioni. Ora il gruppo «Potrà sviluppare tecnologie e prodotti tanto civili quanto militari, che ne rappresentano l'attività caratteristica, creando valore per gli azionisti e contribuendo alla crescita del patrimonio tecnologico del sistema industriale italiano», si legge in una nota.

E per Finmeccanica  ora la strada sembra in discesa, visto che l'ad Alessandro Pansa e il presidente Giovanni De Gennaro sembrano aver trovato la giusta sintonia con il governo Letta per quanto riguarda gli asset civili. Non è certo un caso, infatti, che il dossier Ansaldo Energia si sia sbloccato dopo l'incontro a Palazzo Chigi tra i vertici di Finmeccanica e l'ad di Cdp Giovanni Gorno Tempini.

In un secondo momento potrebbe poi rientrare nella partita anche la Doosan, superata da Fsi all'ultimo momento. Finmeccanica e Fsi infatti ieri hanno anche firmato un memorandum, non vincolante, che indica Doosan come «interlocutore prioritario» in caso si decida di aprire l'azionariato della società a un partner industriale.

Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza Fsi sarebbe è già in trattative per cedere la maggioranza del capitale. Ci sono stati contatti con sei soggetti industriali e al momento in pole position ci sarebbero un gruppo dell'estremo oriente, probabilmente Doosan, e uno americano. Non solo, questo accordo prevede anche che saranno valutate «opportunità relative a operazioni strategiche nell'ambito del comparto ferroviario, anche attraverso il coinvolgimento di importanti operatori internazionali».

Su questo fronte, però, è difficile che si possa arrivare a una soluzione entro fine anno, perché per permettere l'intervento di del braccio armato di Cdp servirà prima creare una bad company in cui far confluire gli asset problematici di AnsaldoBreda, come i contratti con la Danimarca e quelli con le ferrovie belghe-olandesi.



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Ubs, chi beneficia della ripresa dei consumi in Uk

Di Ester Corvi

Nel Regno Unito la ripresa dei consumi, che è iniziata a gennaio, è sempre più evidente ma non è ancora scontata nelle quotazioni di molti titoli del settore distribuzione, che stanno evidenziando ricavi e redditività in aumento. Ecco il parere degli analisti di Ubs su dieci società che hanno buone chance.

1) Dixons Retail. Il rating è stato incrementato da hold (mantenere) a buy (comprare) e nello stesso tempo il prezzo obiettivo è salito da 45 a 60 pence, che lascia un margine di rialzo del 30% dalle quotazioni attuali. La cessione di Pixmania e delle attività in Turchia, che erano in rosso, contribuirà a migliorare la redditività del gruppo, che dal 2015 potrebbe tornare a distribuire i dividendi.

2) Home Retail. Giudizio positivo (buy) con target price 200 pence (+19% dai prezzi attuali) visto che sarà uno degli operatori che beneficerà di più della ripresa ciclica dei consumi nel Regno Unito. Il titolo trarrà inoltre vantaggio dall'incremento atteso degli utili, che darà nuovo slancio alla quotazione. Il rendimento della cedola è 2% quest'anno e 2,3% nel prossimo.

3) Mark & Spencer. Nel caso di M&S lo scenario macroeconomico è importante, ma ciò che conta di più è l'impatto delle scelte strategiche fatte dal management, che hanno portato a un maggiore focus su stile, qualità e dettagli. L'incremento del prezzo obiettivo (da 530 a 550 pence) riflette le ipotesi più ottimiste sull'incremento della redditività nel 2016-2018. Il margine di rialzo del titolo è del 10%. Il dividend yield è 3,6% quest'anno e 3,8% nel prossimo.

4) Debenhams. E' il titolo più a buon mercato se confrontato con i competitor, con un p/e 2014 di 9,7 contro una media del settore di 14,7. Grazie all'esposizione per il 90% nel Regno Unito e ai bassi livelli di redditività (ebit) è inoltre uno dei gruppi con i maggiori margini di crescita in uno scenario di medio periodo. Il rating è buy, con target invariato 125 pence (+19%). Il rendimento della cedola è 3,4% quest'anno e 3,8% nel prossimo.

5) Asos. Le valutazioni non giocano certo a suo favore (p/e 2013 di 89,7 e 2014 di 66), ma il titolo resta interessante per le caratteristiche strutturali della società, che nel 2013-2016 registrerà un tasso annuo di crescita (cagr) dell'utile per azione (eps) del 30%. Il consiglio è comprare, con prezzo obiettivo 6.000 pence (+19%). Il dividend yield è invece nullo

6) Halfords. Target price confermato (435 pence) per il titolo, che ha uno spazio di rialzo del 10% dalle quotazioni attuali, mentre il rendimento della cedola è 3,7% quest'anno e 3,5% nel prossimo. L'appeal del gruppo è legato alla storia di turnaround grazie alle iniziative prese di recente che porteranno a un ritmo di  crescita dell'utile per azione (eps) superiore alla media di settore (15%) nel prossimo triennio.

7) Carphone Warehouse. Rating buy e target price 280 pence (+17%) per questo gruppo che viene scambiato 14,8 volte l'utile 2013 e 12,7 quello del 2014, su livelli inferiori alla media di settore (rispettivamente 16,7 e 14,7). Il dividend yield è però modesto (2,2% quest'anno e 2,5% nel prossimo).

8) Signet. Il potenziale di rialzo del titolo è 13% mentre il prezzo obiettivo è stato confermato 5.000 pence per questo gruppo, che presenta ancora livelli di valutazione interessanti (p/ricavi 2014 poco superiore a 1 e p/e intorno a 13). Il rendimento della cedola (0,8% quest'anno e 1% nel prossimo) non è invece un aspetto rilevante.

9) WH Smith. Giudizio prudente (neutral) degli specialisti di Ubs su questo gruppo, che ha un fantastico track record ma che non ha più spazio per tagliare i costi, mentre i margini e le vendite nei segmenti chiave sono sotto pressione. Il titolo è correttamente valutato intorno a 750 pence, un livello del 12% circa inferiore alle quotazioni attuali. Il rendimento della cedola è tuttavia elevato (3,7% quest'anno e 4,1% nel 2014).

10) N Brown. Rating neutrale anche per questa società, che merita un prezzo obiettivo di 565 pence (+9%). Le vendite stanno infatti crescendo a un ritmo elevato, ma risente della mancanza di leverage sui margini e di problemi nella gestione della liquidità. Il dividend yield è 2,8% quest'anno e 3% nel prossimo.



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È l’ora dell’auto a rendere

Written By Unknown on Sabtu, 05 Oktober 2013 | 15.11

Nei primi nove mesi del 2013 le vendite viaggiano ancora intorno al -9% (dati Unrae) e, visto che l'auto non risale la china da sola, ci pensano le case automobilistiche a renderla un po' più accessibile. La formula commerciale che ormai offre gran parte dei marchi è una sorta di leasing con possibilità di riscatto.

E l'invito rivolto ai consumatori suona più o meno così: «Fate finta di comprare, pagateci una rata robusta all'inizio, un nolo per 24 mesi e tra due anni scegliete se tenere la macchina, restituirla o sottoscrivere un contratto per un diverso modello». In questo modo Fiat, Mercedes, Bmw e Volkswagen sembrerebbero in concorrenza con attività di autonoleggio come Avis o Hertz. Ma come funziona il modello di business e quanto è conveniente per il potenziale acquirente? Milano Finanza ha interpellato le case e gli esperti del settore e ha studiato le condizioni praticate.

Tutti i dettagli su MF-MilanoFinanza, in edicola da sabato anche in formato elettronico su pc e tablet iPad, Android, Amazon Kindle e Windows 8.



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Ubs, chi beneficia della ripresa dei consumi in Uk

Di Ester Corvi

Nel Regno Unito la ripresa dei consumi, che è iniziata a gennaio, è sempre più evidente ma non è ancora scontata nelle quotazioni di molti titoli del settore distribuzione, che stanno evidenziando ricavi e redditività in aumento. Ecco il parere degli analisti di Ubs su dieci società che hanno buone chance.

1) Dixons Retail. Il rating è stato incrementato da hold (mantenere) a buy (comprare) e nello stesso tempo il prezzo obiettivo è salito da 45 a 60 pence, che lascia un margine di rialzo del 30% dalle quotazioni attuali. La cessione di Pixmania e delle attività in Turchia, che erano in rosso, contribuirà a migliorare la redditività del gruppo, che dal 2015 potrebbe tornare a distribuire i dividendi.

2) Home Retail. Giudizio positivo (buy) con target price 200 pence (+19% dai prezzi attuali) visto che sarà uno degli operatori che beneficerà di più della ripresa ciclica dei consumi nel Regno Unito. Il titolo trarrà inoltre vantaggio dall'incremento atteso degli utili, che darà nuovo slancio alla quotazione. Il rendimento della cedola è 2% quest'anno e 2,3% nel prossimo.

3) Mark & Spencer. Nel caso di M&S lo scenario macroeconomico è importante, ma ciò che conta di più è l'impatto delle scelte strategiche fatte dal management, che hanno portato a un maggiore focus su stile, qualità e dettagli. L'incremento del prezzo obiettivo (da 530 a 550 pence) riflette le ipotesi più ottimiste sull'incremento della redditività nel 2016-2018. Il margine di rialzo del titolo è del 10%. Il dividend yield è 3,6% quest'anno e 3,8% nel prossimo.

4) Debenhams. E' il titolo più a buon mercato se confrontato con i competitor, con un p/e 2014 di 9,7 contro una media del settore di 14,7. Grazie all'esposizione per il 90% nel Regno Unito e ai bassi livelli di redditività (ebit) è inoltre uno dei gruppi con i maggiori margini di crescita in uno scenario di medio periodo. Il rating è buy, con target invariato 125 pence (+19%). Il rendimento della cedola è 3,4% quest'anno e 3,8% nel prossimo.

5) Asos. Le valutazioni non giocano certo a suo favore (p/e 2013 di 89,7 e 2014 di 66), ma il titolo resta interessante per le caratteristiche strutturali della società, che nel 2013-2016 registrerà un tasso annuo di crescita (cagr) dell'utile per azione (eps) del 30%. Il consiglio è comprare, con prezzo obiettivo 6.000 pence (+19%). Il dividend yield è invece nullo

6) Halfords. Target price confermato (435 pence) per il titolo, che ha uno spazio di rialzo del 10% dalle quotazioni attuali, mentre il rendimento della cedola è 3,7% quest'anno e 3,5% nel prossimo. L'appeal del gruppo è legato alla storia di turnaround grazie alle iniziative prese di recente che porteranno a un ritmo di  crescita dell'utile per azione (eps) superiore alla media di settore (15%) nel prossimo triennio.

7) Carphone Warehouse. Rating buy e target price 280 pence (+17%) per questo gruppo che viene scambiato 14,8 volte l'utile 2013 e 12,7 quello del 2014, su livelli inferiori alla media di settore (rispettivamente 16,7 e 14,7). Il dividend yield è però modesto (2,2% quest'anno e 2,5% nel prossimo).

8) Signet. Il potenziale di rialzo del titolo è 13% mentre il prezzo obiettivo è stato confermato 5.000 pence per questo gruppo, che presenta ancora livelli di valutazione interessanti (p/ricavi 2014 poco superiore a 1 e p/e intorno a 13). Il rendimento della cedola (0,8% quest'anno e 1% nel prossimo) non è invece un aspetto rilevante.

9) WH Smith. Giudizio prudente (neutral) degli specialisti di Ubs su questo gruppo, che ha un fantastico track record ma che non ha più spazio per tagliare i costi, mentre i margini e le vendite nei segmenti chiave sono sotto pressione. Il titolo è correttamente valutato intorno a 750 pence, un livello del 12% circa inferiore alle quotazioni attuali. Il rendimento della cedola è tuttavia elevato (3,7% quest'anno e 4,1% nel 2014).

10) N Brown. Rating neutrale anche per questa società, che merita un prezzo obiettivo di 565 pence (+9%). Le vendite stanno infatti crescendo a un ritmo elevato, ma risente della mancanza di leverage sui margini e di problemi nella gestione della liquidità. Il dividend yield è 2,8% quest'anno e 3% nel prossimo.



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La borsa di Tokyo teme lo shutdown, la BoJ resta inerte

Written By Unknown on Jumat, 04 Oktober 2013 | 15.11

Di Francesca Gerosa

La borsa di Tokyo ha chiuso in calo la seduta per i timori sull'impasse negli Usa delle trattative sullo shutdown e sull'aumento del tetto del debito. L'indice Nikkei è arretrato dello 0,94% a 14.024,31 punti. Mentre l'indice più ampio, il Topix, ha perso lo 0,87% a 1.163,82.

Deboli gli esportatori come Panasonic Corp, Sony Corp e Daikin Industries dopo che il dollaro è scivolato ai minimi di cinque settimane a 96,93 contro lo yen. Stamani il cross dollaro/yen scambia attorno quota 97 da 97,24 dell'ultima chiusura. L'assenza di progressi verso un accordo sul budget Usa fa temere che la crisi si protrarrà fino a metà ottobre, prossima cruciale scadenza entro la quale dovrà essere presa una decisione per alzare il tetto del debito.

Anche Taro Aso, vice premier e ministro delle Finanze del Giappone, teme le conseguenze di un eventuale default Usa e mette in guardia Washington, invitandola a rialzare il tetto del debito. Aso ritiene che già adesso lo shutdown stia ripercuotendosi sui mercati valutari. "Penso", ha detto il ministro nipponico, "che si stiano vendendo dollari e comprando yen". Tuttavia, ha avvertito, "il tetto del debito avrà un significativo impatto internazionale, a meno che sia risolto velocemente".

Si ricorda che il Dipartimento del Lavoro ha rinviato a data da destinarsi la pubblicazione dei dati di settembre sul mercato del lavoro Usa, previsti per oggi. Scontate, invece, le scelte della Boj di lasciare invariati la politica monetaria, particolarmente accomodante, e gli stimoli all'economia. La Banca del Giappone ha confermato la sua valutazione di un'economia in moderata ripresa, sostenendo che le spese in conto capitale stanno crescendo, incoraggiate dall'aggressiva politica monetaria.



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Borse caute in avvio, Telecom sotto pressione

Di Francesca Gerosa

Le borse europee seguono il calo di Wall Street e di Tokyo che temono un default americano dopo l'allarme del Tesoro e del Fondo Monetario Internazionale. A Piazza Affari il Ftse Mib si limita a un +0,10% a 18.035 punti. Ieri il Tesoro americano ha messo in guardia su una nuova possibile crisi simile a quella del 2008 se non peggio.

Gli ha fatto eco il direttore generale del Fmi, Christine Lagarde: le conseguenze di un mancato aumento del tetto del debito sono globali. Lo shutdown americano è negativo, ma un mancato aumento del tetto del debito sarebbe ancora peggiore, ha osservato Lagarde precisando che un aumento è "cruciale".

Tuttavia un accordo in Congresso appare lontano, con il presidente americano, Barack Obama, che continua a ribadire di non trattare sul debito. Nelle prime contrattazioni, lo spread tra Btp decennali e omologhi tedeschi segna 253 punti, in calo rispetto ai 256 punti della chiusura di ieri, per un tasso del 4,34%. Il differenziale Bonos/Bund si attesta a 242 punti per un rendimento del 4,23%.

Sul listino milanese il titolo Telecom Italia reagisce con un -0,16% a 0,643 euro all'uscita di scena di Franco Bernabè che spingeva sulla strada di un aumento di capitale (riservato a un nuovo socio o aperto al mercato) ma non ha trovato il supporto dei soci della holding di controllo Telco. Ora spetta a Marco Patuano indicare le strategie, affrontare il nodo della separazione della rete ma soprattutto trovare in tempi brevi la rotta giusta per riportare il rapporto tra debito ed ebitda a livelli sostenibili evitando il downgrade delle agenzie di rating.

"Secondo noi Patuano sarà confermato amministratore delegato del gruppo. Ci aspettiamo che l'ad presenti a breve un piano basato sulla vendita delle attività in America latina e delle torri mobili in Italia", prevedono gli analisti di Kepler Cheuvreux (buy e target price a 0,80 euro confermati sul titolo).

Così, mentre si cerca il nuovo presidente, si è fatto il nome di Massimo Sarmi, ad di Poste Italiane ma anche di Francesco Caio e Vito Gamberale, le deleghe e le attribuzioni organizzative che erano di Bernabè sono passate provvisoriamente a Patuano mentre al vice presidente, Aldo Minucci, è stata affidata la presidenza del cda e la rappresentanza legale. Inoltre nel cda è entrato Angelo Provasoli, attuale presidente di Rcs, a sostituzione di Elio Catania.

La nomina del nuovo presidente, osservano gli analisti di Mediobanca Securities in una nota di oggi, probabilmente suggerirà quale strategia il gruppo sta per perseguire: Sarmi ha forti competenze nel marketing (il business mobile domestico rimane ancora estremamente competitivo), Caio ha una forte impronta internazionale e un focus su nuovi business (4G, quad play, ecc..) mentre Gamberale, in qualità di esperto di infrastrutture, potrebbe significare che la separazione della rete è ancora oggetto di discussione.

Oggi Patuano incontrerà i sindacati che sono già sul piede di guerra. Sono pronti allo sciopero e dicono "no ai licenziamenti, no allo spezzatino e allo scorporo della rete, sì alla ricapitalizzazione dell'azienda". D'altra parte nessuna decisione è stata presa dal cda di ieri per quanto riguarda i problemi più urgenti: aumento di capitale, spin-off della rete e cessione di Tim Brasil. Probabilmente alcune decisioni operative saranno prese con il board del 7 novembre relativo ai conti del terzo trimestre 2013.

"Mentre è chiaro che cosa Bernabè non sia riuscito a ottenere, non è altrettanto evidente quale sia la strategia del nuovo management e del governo Letta", commentano stamani gli analisti di Banca Akros (hold e target price a 0,65 euro). "Lo spin-off della rete è destinato a diventare una priorità se Telefonica non si opporrà. Altri operatori sono moderatamente favorevoli e l'autorità è impegnata a fissare delle tariffe unbundling entro la fine dell'anno".

Sulla separazione della rete "è calata una cappa misteriosa, per cui non se ne parla più", ha però osservato ieri il presidente dell'Agcom, Angelo Marcello Cardani. Ma si è fatto avanti Maximo Ibarra, ad di Wind, pronto a partecipare conferendo alcuni asset della propria rete acquisendo una quota di minoranza della società della rete.

Invece l'aumento di capitale rimane un'alternativa alla cessione di Tim Brasil, un deal, ricordano gli analisti di Banca Akros, che  diventa necessario solo nella prospettiva di un'integrazione con Telefonica. "In assenza di un consistente aumento di capitale, l'unica opzione per Telecom per scongiurare il downgrade a junk è vendere il Brasile. In questo caso valuteremmo Telecom circa 0,8 euro per azione", sottolineano gli analisti di Equita (hold e target price a 0,65 euro).

D'altra parte, l'uscita di scena di Bernabè rimuove gli ostacoli alla vendita di Tim Brasil, che potrebbe cristallizzare valore per TI per circa un +0,20 euro per azione, secondo le stime di Kepler Cheuvreux, assumendo che la quota del 67% della società brasiliana sia venduta a 6/7 volte l'enterprise value/ebitda rispetto al valore corrente di mercato della partecipazione in mano a Telecom di 5,5 miliardi di euro (solo 4,3 volte l'ev/ebitda).

Anche gli esperti di Mediobanca Securities continuano a vedere la cessione di Tim Brasil come il modo più veloce e più semplice per risolvere il problema del debito (si parla di 8 miliardi di euro di incasso dalla cessione, vale a dire il 30% del debito previsto per fine anno). Tuttavia, avvertono a Equita, "ci pare che i tempi saranno necessariamente lenti e nel frattempo, tra risultati trimestrali e rischio concreto di downgrade, il flusso di notizie di breve sarà negativo".

E' possibile che Moody's aspetti fino al cda del 7 novembre, ma non molto oltre, prima di valutare il downgrade del debito di Telecom Italia. Ma per Banca Akros il declassamento da parte di Moody's può avvenire anche prima che una delle suddette soluzioni diventi praticabile.

"Manteniamo il nostro rating hold in quanto riteniamo che l'azione del governo Letta dopo la rinnovata fiducia possa diventare più efficace nei prossimi giorni: la tabella di marcia per quanto riguarda le questioni chiave da risolvere avrà inizio con una decisione sulla spin-off della rete", concludono a Banca Akros.



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Oggi la resa dei conti per Letta, il mercato gli dà fiducia

Written By Unknown on Rabu, 02 Oktober 2013 | 15.11

Di Francesca Gerosa

Le borse europee sono in lieve calo in avvio di seduta in attesa di conoscere il destino del governo Letta e del meeting di politica monetaria della Bce. I mercati non si aspettano grandi novità dalla conferenza stampa di Mario Draghi a meno che non voglia dare qualche dettaglio sui tempi e i modi di un eventuale nuovo Ltro o fare qualche commento sui rischi per la zona euro di una instabilità politica dell'Italia.

Alla fine il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha deciso, dopo la convulsa giornata di ieri culminata con la rottura da parte di Angelino Alfano dal suo leader Silvio Berlusconi, che il suo intervento di stamani alle Camere a sostegno dell'esecutivo di larghe intese si concluderà con la richiesta di un voto di fiducia.

Forte dell'intesa con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che vuole un governo fino a tutto il 2014, e dell'appoggio di quei parlamentari del Pdl, 40 a detta del senatore Carlo Giovanardi, che hanno deciso di non seguire più Berlusconi, Letta parlerà alle 9.30 al Senato, dove i numeri sono risicati, e nel pomeriggio alla Camera.

Nelle prime contrattazioni, lo spread Btp/Bund apre la giornata a 263 punti, in rialzo rispetto ai 258 punti della chiusura di ieri, per un rendimento del 4,44%. Il differenziale Bonos/Bund segna 236 punti con un tasso al 4,16%. Oggi la Germania riaprirà il suo Bund decennale benchmark, agosto 2023, offerto per 5 miliardi. Ieri sera il titolo quotava a un prezzo a 97,756 per un rendimento dell'1,75%. Il titolo è stato emesso per la prima volta all'asta di metà settembre a un rendimento medio del 2,06% con un bid-to-cover di 1,3.

In vista anche dei dati sull'andamento del mercato del lavoro nel settore privato mostrato da Adp, anticipatore di quello dei lavoratori non agricoli in agenda venerdì (le attese sono di una crescita di 180.000 unità a settembre dalle +176.000 unità di agosto), a Piazza Affari il Ftse Mib cala poco a quota 17.929 punti (-0,26%).

Tra le banche Mediobanca segna un -0,09% a 5,36 euro dopo che i francesi di Groupama hanno deciso di dare disdetta al patto di sindacato, in linea con quanto già fatto da Generali, FonSai e Italmobiliare, quest'ultima per l'1,05% del capitale. Il patto, rinnovato per altri due anni, ora controlla il 30% del capitale di Mediobanca contro il 42% precedente.

E' più sotto pressione la Popolare di Milano (-0,41% a 0,43 euro) in scia alle indiscrezioni di stampa secondo cui la Consob ha convocato per martedì prossimo il presidente del consiglio di sorveglianza, Giuseppe Coppini, e i membri del comitato di controllo interno. Nel mirino della vigilanza è la governance del gruppo.

Si tratterebbe del progetto di una popolare bilanciata con una riduzione dei membri del consiglio di sorveglianza a 13 e un incremento dei membri del consiglio di gestione a 7 (da 5). I dipendenti-soci eleggerebbero 6 membri mentre altri 7 sarebbero eletti da investitori istituzionali e soci indipendenti (lista Lonardi).

Non è quindi previsto alcun progetto di trasformazione in spa al momento. Per gli analisti di Intermonte (rating neutral confermato sul titolo) sono positivi i primi segnali di cambiamento che dovrebbero dare meno poteri ai dipendenti-soci all'interno del consiglio di sorveglianza. MF ha anche anticipato che Bankitalia ha fatto ripartire le ispezioni in alcuni grandi banche, tra cui Intesa Sanpaolo (-0,06% a 1,61 euro), Unicredit (-0,48% a 4,95 euro) e il Banco Popolare (-0,17% a 1,15 euro).



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Letta, serve un nuovo patto di governo

Di Francesca Gerosa

"L'Italia corre un rischio che potrebbe essere fatale, sventare questo rischio dipende da noi, dalle scelte che assumeremo, dipende da un sì o un no", così esordisce il presidente del consiglio, Enrico Letta, in Senato dove il governo chiederà il voto di fiducia, dopo aver citato il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, come "un presidente a cui va la mia, la nostra gratitudine per quanto sta facendo per l'Italia". In aula sono presenti anche il vicepremier Angelino Alfano e i ministri delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, e delle Politiche agricole, Nunzia De Girolamo.

Poco prima dell'inizio della seduta, Mario Monti si è avvicinato a Letta per un breve saluto. Per lui anche una stretta di mano da parte di Salvo Torrisi, senatore del Pdl che potrebbe votare la fiducia al governo. Tra i ministri non si vedono facce tirate: ci si scambiano sorrisi e pacche sulle spalle e Letta appare gioviale, sembra scherzare a distanza con i cronisti e i fotografi che gremiscono la tribuna.

"Nella vita delle nazioni l'errore di non saper cogliere l'attimo può essere irreparabile", ha proseguito Letta, ricordando le parole di Luigi Einaudi. "Gli italiani ci urlano che non ne possono più delle messe in scena da sangue e arena". Poi il premier ha lanciato la sua sfida: "Il mio governo è nato in Parlamento e se deve morire deve morire qui, in Parlamento" e ha ribadito a chiare lettere che in uno Stato democratico le sentenze si rispettano e si applicano, fermo restando il diritto intangibile a una difesa efficace, ma non ci deve essere nessun trattamento ad personam o contra personam.

In quest'ottica la vicenda giudiziaria che investe Silvio Berlusconi e quella del governo non potevano né possono essere sovrapposti. "Basta convulsioni". Chiuso il capitolo Berlusconi, Letta ha chiesto un nuovo patto di governo che metta da parte polemiche e liti con un unico obiettivo: perseguire e praticare la stabilità come un valore assoluto. Come è successo dal '46 al '68.

"In poco tempo possiamo riformare la politica. In caso di crisi rischiamo elezioni che consegnerebbero il Paese all'instabilità. Con questa legge elettorale ci ritroveremmo di nuovo con le larghe intese", ha spiegato, certo che il governo potrà affrontare i problemi del Paese per risolverli. "L'ho detto a tutti quelli con cui ho parlato nelle ultime settimane: ce la possiamo fare sia nel campo delle riforme che nel campo dell'economia".

Il governo Letta intende non arretrare di un millimetro sul risanamento della finanza pubblica per confermare che l'Italia rispetterà gli impegni con l'Europa per il 2014. Ma intende anche riformare la legge elettorale in modo da "consegnare al Paese vincitori e sconfitti, con una chiara maggioranza in grado di governare". E lo farà accompagnando il percorso concreto della riforma sia in vista della sentenza della Consulta sia per evitare di tornare al voto con questa legge.



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