«Non ho mai concepito Mediobanca come una banca di sistema. Le banche non devono essere azioniste stabili di realtà industriali e se lo fanno lo devono fare solo temporaneamente, visto che ormai detenere partecipazioni non è più un business profittevole». Se a queste parole, pronunciate da Alberto Nagel nel corso della presentazione del piano strategico al 2016, seguiranno i fatti, l'attuale amministratore delegato di Mediobanca avrà chiuso definitivamente una pagina di storia: quella della banca fondata nel 1946 da Enrico Cuccia, che proprio sull'assunzione di partecipazioni stabili e gli incroci azionari con i gruppi clienti aveva fondato il proprio modello di business. Oggi, in tempi di mercati globalizzati, con un quadro normativo che penalizza le banche con eccessiva esposizione all'equity, la strategia che si impone è diametralmente opposta a quella impostata nel secondo dopoguerra da Cuccia e interpreta successivamente da Vincenzo Maranghi. Ma ad ascoltare le parole di Nagel non c'è solo il contesto, di mercato e normativo, ad aver spinto Mediobanca a cambiare pelle.
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